Le florentin

 di Jacopo Coletto*

“Nessuno di noi ha mai chiesto di andare a prendere il governo”. Così diceva, solo pochi giorni fa, il neo-segretario del PD se interrogato sul suo rapporto con l’allora presidente del consiglio, suo compagno di partito.
Per sondare la reale attendibilità di queste dichiarazioni, basta sfogliare i giornali odierni. Come d’altronde i maligni già avevano immaginato, le mire del sindaco di Firenze vanno ben oltre alla poltrona di segretario del suo partito, che pure aveva legittimamente conquistato due mesi fa. Purtroppo, ciò di cui il PD ha un forte bisogno è un segretario che si cali nel ruolo e che voglia esercitarlo fino in fondo: una persona autorevole che proponga un programma rilevante e realizzabile, capace di gestire le dinamiche interne al partito promuovendo e conducendo il dibattito, e che dialoghi con tutte le altre forze politiche, rimanendo un interlocutore costruttivo e propositivo del Governo in carica. Finora, Renzi pare aver interpretato questo ruolo in maniera piuttosto strana. Il suo papello sul “Jobs act”, per esempio, era poco più di una confusa raccolta di idee abbozzate, di dubbia applicabilità e senza una chiara indicazione della copertura fiscale. Gli va dato atto di aver cercato concretamente un accordo sulla legge elettorale, ma il suo contestuale avvicinarsi troppo a B. è stato visto da molti come molto rischioso: il pregiudicato, che peraltro si è già dimostrato un interlocutore del tutto inaffidabile, ha imposto al neo-segretario alcune condizioni che non hanno suscitato l’entusiasmo dei suoi compagni di partito.

L’aver spinto fino all’ultimo per mettere sé stesso al posto di Letta, tra l’altro liquidato con poche, algide righe degne della Red Bull mentre esonerava Webber, si colloca molto bene in questo excursus: il rottamatore si è trasformato nell’archetipo di coloro che voleva rottamare. Chi non si ricorda l’accorato “con questi dirigenti non vinceremo mai” lanciato da Nanni Moretti anni prima che uscisse l’iPhone? Erano parole dure, pronunciate con la macerazione di una persona che vede il proprio partito incapace di imbroccare una decisione giusta, fosse anche per sbaglio, e si riferivano alla scarsa lungimiranza di quei politici maestri nel far male a sé stessi e ai propri elettori. Bene: che cosa sta facendo l’intrepido premier in pectore in questi giorni che lo accomuna ai vecchi dirigenti?

Primo: il Matteo nazionale diventerà Premier senza la legittimazione popolare. Privo, cioè, proprio di quel consenso da lui orgogliosamente rivendicato (“due milioni di elettori alle primarie”). Non sarà la benedizione dei propri elettori a portarlo per la prima volta a Palazzo Chigi: dovrà invece ringraziare una manovra di palazzo. Un sedicente politico nuovo che usa gli stessi metodi dei politici che vorrebbe sostituire. Si sprecano già i paralleli con le innumerevoli situazioni del passato, di quella Prima Repubblica mai morta nella quale siamo tutti ancora immersi senza saperlo, e questa volta sarà molto difficile per il fiorentino chiamarsi estraneo a essi. Ciò farà di lui, come se non bastasse, il terzo premier di fila a non essere stato scelto dagli elettori. La storia a volte è proprio beffarda: a parole, tutti si fanno in quattro per migliorare le sorti del Paese, e poi si è costretti ad ammettere che l’ultimo premier ad essere stato veramente scelto dagli elettori, in ordine cronologico, è stato il Presidente Berlusconi. Come dire: l’ultimo, e, perché no?, l’unico, scelto dalla gente.

Secondo: data la composizione del Parlamento attuale, avrà la schiera degli Alfano (quello del caso Ablyazov), dei Brunetta, dei Nitto Palma e delle De Girolamo ad attenderlo al varco di Palazzo Chigi. Come farebbe, d’altronde, ad affrancarsi da loro? Potrebbe, forse, affidarsi alle alchimie parlamentari per mettere su, in extremis, un governo politico con una forte componente del PD e qualche cespuglio intorno: alla Camera il PD gode del premio di maggioranza (piccolo particolare: è incostituzionale, Consulta dixit), e al Senato si parla di transfughi del partito di Vendola, di grillini un po’ scocciati dalla dittatura di Casaleggio, di qualche senatore a vita (come se non fosse bastata l’esperienza dell’Unione). Che credibilità avrebbe un governo del genere? Come giustificherebbe Renzi, autoproclamotasi lontano dai giochi di palazzo, la sostituzione di un governo di larghe intese con un governo politico spostato a sinistra, senza passare dalla legittimazione popolare? E come reagirebbero gli elettori di destra, considerando che la loro coalizione ha preso quasi gli stessi voti del PD? Siamo seri: a parti invertite, ossia a un ipotetico spostamento a destra dell’attuale governo di larghe intese grazie a giochi di potere, non saremmo noi di progressisti a gridare allo scandalo e a invocare, giustamente, elezioni? Dunque, non c’è scampo: a meno di non perdere del tutto la sua credibilità, Renzi dovrà accettare la presenza di componenti di destra nel suo governo. Con il rischio, se non la certezza, di vedersi logorato nel lungo tempo presso il suo stesso elettorato. Se uno criticava il governo Letta perché aveva degli impresentabili a bordo, non vedo perché non dovrebbe criticare il governo Renzi che avrà verisimilmente gli stessi impresentabili a bordo.

Terzo: quale potrà essere l’affidabilità di Renzi in futuro? Un trentanovenne come lui, ambizioso, buon comunicatore, dotato di un forte consenso nella sua base, dovrebbe sognare la sua prima esperienza di governo come frutto di una scelta popolare, e soprattutto a capo di un esecutivo politico, convintamente dalla sua parte. Questi due elementi dovrebbero essere fondamentali per rendere incisiva, credibile e duratura la sua impronta sulla scena politica italiana; gli garantirebbero la forza necessaria per “fare”, per mettere in atto le riforme, per cambiare il Paese sencondo la sua visione. Che cosa potrà portargli, invece, una situazione del genere, in cui sarà a capo di un governo di larghe intese, peraltro figlio di una defenestrazione politica, quella di Letta, avvenuta senza troppa eleganza? Che cosa farà Renzi messo di fronte a un nuovo caso Ablyazov? Dimissionerà l’Alfano di turno, rischiando la fine prematura del suo governo, o si piegherà come ha fatto Letta? E infine, come si presenterà alle prossime elezioni? Come premier uscente di un governo raffazzonato come questo?

Al posto dell’inquilino di Palazzo Vecchio, un vero segretario di partito avrebbe cercato di sostenere il premier (pure lui del PD!), incalzandolo per spronarlo a mettere in piedi un’azione più concreta e incisiva, più decisionista e meno temporeggiatrice; avrebbe condotto un’azione di critica severa ma costruttiva, senza metterne in discussione l’autorità, e soprattutto senza volerne prendere il posto poco dopo averlo schernito con un ironico invito a stare sereno. Questo sarebbe stato un comportamento più consono a un leader di partito e più rispettoso nei confronti dei suoi “compagni”, anche considerato lo stallo attuale in Parlamento che impedisce ogni maggioranza diversa da quella di Letta.
In alternativa, se proprio non si riusciva a resistere alla tentazione di disarcionare il nipote di Gianni, si poteva spingere per una veloce approvazione della nuova legge elettorale e farla seguire da una crisi di governo vera, certificata in Parlamento, con richiesta al Colle di indire nuove elezioni al più presto, data l’impossibilità di esprimere un nuovo esecutivo. In caso di elezioni, Renzi avrebbe potuto sfoggiare il suo carisma e le sue capacità comunicative, insidiando i delusi del centrodestra e del M5S: avrebbe avuto un ruolo da protagonista nella competizione elettorale, con serie possibilità di vittoria. Possibile che la sua smodata ambizione non gli abbiano fatto invocare le elezioni a gran voce, puntando a diventare a capo di un governo fresco, coeso, determinato a cambiare le cose, e soprattutto legittimato dal voto popolare?

Tutte pie illusioni. Questo partito, chissà perché, si dichiara sempre dalla parte dei cittadini, ma è prigioniero di un autentico terrore di ogni consultazione elettorale e dimostra sempre di fare di tutto per evitare di presentarsi davanti ai propri elettori. Purtroppo anch’io, come molti simpatizzanti del centro-sinistra, ero costretto a credere in una persona che non mi era mai piaciuta. L’unica cosa che mi verrebbe da dirgli è, Matteo, sta’ sereno. Tu te ne starai comodo a Palazzo Chigi: siamo noi che dobbiamo preoccuparci.

* Jacopo abita a New York ormai dal 2006, e lavora come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi nel 2001, e ha lasciato l’Italia quattro anni dopo per prendere un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. Intenzionato all’inizio a tornare, ha poi deciso di restare negli USA dopo aver constatato le migliori opportunità di lavoro disponibili in questo Paese. Frequenta il Circolo PD di New York anche se, deluso com’è dall’azione politica attuale del PD, dice che non prendera’ la tessera.

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