Jobs Act… o No Jobs?

Un articolo di Jacopo Coletto* a commento del recente abbozzo del futuro Jobs Act

Ho sempre votato a sinistra, ma non ho mai preso la tessera di alcun partito. Men che meno ho mai pensato di prenderla adesso, con la maggiore formazione politica dell’area progressista appena uscita da un marasma da far impallidire qualsiasi psicanalista: nell’ultimo anno il PD ha dimostrato non solo una capacità non comune di farsi del male da solo (ma è un marchio di fabbrica), ma soprattutto di perseverare cocciuto negli stessi errori, tradendo gli elettori, subendo supino i diktat del Quirinale, difendendo ministri indifendibili. Chissà con quanta convinzione oltre 2 milioni di elettori si sono recati un mese fa a votare alle primarie, dando fiducia a un politico ancora poco esperto, che per modestia rivaleggia con l’autoelettosi miglior Premier degli ultimi 150 anni, con il quale peraltro condivide pure l’eccelsa propensione all’eleganza (da un “Fassina chi?” a uno “Schultz kapò” il passo è breve). Plebe in alto, plebe in basso, quasi che Nietzsche avesse intuito le vicende future della nostra politica. Provo a dire la mia: il sindaco di Firenze farebbe bene a ringraziare proprio il Politburo del PD, dimostratosi infallibile nell’attirare su di sé la nausea ormai incontrollabile dei suoi stessi elettori.
Quando però qualcuno dichiara di “accogliere gli stimoli e le riflessioni di addetti ai lavori e cittadini”, perché non cogliere la palla al balzo? È così che Renzi chiosa la sua newsletter mandata dal segretario del PD, e penso che possa essere utile qualche riflessione in merito.

I dati citati nell’incipit del testo renziano sono in linea di massima condivisibili: anzi, se l’équipe del sindaco di Firenze avesse usato quelli aggiornati (reperibili in 10 secondi con l’aiuto di google), vedrebbe che la competitività italiana è scivolata non solo sotto alla Turchia, ma pure a Repubblica Ceca e Barbados: però consoliamoci, ché siamo a pari merito col Kazakhstan. Francia e Germania, i veri punti di riferimento che dobbiamo darci se accettiamo seriamente la sfida di far ripartire il Paese, sembrano ancora distanti anni luce.
Prendendo spunti qua e là, senza seguire un ordine particolare (d’altronde siamo rottamatori, no?) vediamo di soffermarci su alcuni dei punti a mio avviso più interessanti. Le tasse: “chi produce lavoro paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più”. Emerge il tentativo di sanzionare le imprese che si basano sulle rendite finanziarie: è un’idea pregevole, e senza dubbio utile per dissuadere i vari Calisto Tanzi in erba dall’affondare aziende operativamente solide con speculazioni finanziarie troppo rischiose. C’è però un punto poco chiaro: che fare con le aziende che, per le loro caratteristiche, prendono le loro entrate proprio dalle rendite finanziarie? Sto pensando agli istituti di credito, alle compagnie di assicurazione e di servizi finanziari, additati da molti come malvagi responsabili della crisi e ritenuti ormai “out” dalla moda imperante accesa da Occupy Wall Street: in realtà, stiamo parlando di un pilastro della società attuale. Sono spesso loro a sostenere, con i loro prestiti, gli investimenti delle imprese industriali, condividendone rischi e benefici. Ideologie a parte, per citare Renzi stesso, mi sembra poco oculato far pagare tasse più alte a un istituto bancario, e ciò esclusivamente in virtù della sua natura di entità collegata alla finanza, piuttosto che a un’azienda industriale.

L'”eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico” mi pare, in fin dei conti, un punto più demagogico che di sostanza. Che cosa si intende per “dirigente a tempo indeterminato”? Una persona assunta ad aeternum? Io direi piuttosto che si tratta di una persona messa lì per raggiungere dei risultati, e costantemente valutata in relazione al suo comportamento. Il guascone fiorentino non dice espressamente con che cosa sostituirebbe il dirigente a tempo indeterminato, e io immagino lo faccia con una sorta di dirigente a tempo “determinato”, ossia a termine. Questa soluzione, però, andrebbe in una direzione sbagliata. Immaginiamo un dirigente assunto a termine, cioè per un certo numero di anni: se si dimostra incapace, probabilmente non potrebbe essere allontanato prima della fine della contratto (a meno, presumibilmente, di un pagamento di una penale da parte dell’azienda), e se si dimostra competente non è chiaro se il suo contratto potrebbe essere rinnovato. Molto meglio sarebbe tornare all’originale significato del “tempo indeterminato”, come succede per esempio qui in America: chi non raggiunge i risultati viene mandato a casa quanto prima, e a chi li raggiunge viene confermata la fiducia. In realtà è la meritocrazia ciò che sta a cuore a Renzi; secondo me, sarebbe più facilmente raggiungibile in maniera più diretta e meno demagogica.

La Parte B è la più spettacolare: un elenco, per la verità un po’ confuso e pieno di anglicismi francamente evitabili, di settori su cui puntare per creare nuovi posti di lavoro. Non conoscendo ancora i dettagli, ci accontentiamo di dare uno sguardo all’elenco. Un punto parla di “made in Italy”, identificato con esempi piuttosto vaghi; allo stesso tempo, in altri punti si citano settori che potrebbero far parte dello stesso “made in Italy” (agricoltura, cibo, manifattura). Dopo aver letto l’elenco in un lampo, il lettore muore dalla voglia di vedere come ciascun punto verrà definito. Per esempio, “nuovo welfare” suona un po’ inquietante; fa tornare alla mente un “newspeak” di buona memoria o la “new economy” di vent’anni fa. Per “edilizia” speriamo non parli delle colate di cemento in arrivo per l’Expo dell’anno prossimo, ma descriva un piano di sviluppo sostenibile, che difenda e valorizzi l’ambiente e limiti le speculazioni (io l’avrei agganciata a un altro punto: quello dell’economia verde). Curioso il riferimento alla “manifattura”: durante la terziarizzazione della nostra economia abbiamo rinunciato a fare computer, umiliato la produzione automobilistica, per poi accorgerci della fragilità del leggendario “piccolo è bello”. Con queste premesse, è molto significativo che oggi si torni a parlare di industria manifatturiera. Suggestivo e misterioso, l’ICT dovrebbe racchiudere le tecnologie di informatica e comunicazione: qualcuno ricordi al tosco segretario che la lingua di Dante è una delle più ricche e affascinanti che esistano e non è sempre necessario attingere altrove.

Ottima la volontà di produrre un codice del lavoro che racchiuda tutte le regole, in maniera chiara e comprensibile, anche all’estero. Sull’ultimo punto non dubitiamo, data la propensione del sindaco verso la favella della bianca Albione. La riduzione delle varie forme contrattuali è pregevole, ma andrà adottata con giudizio: chi non si ricorda l’orwelliano ministero della Semplificazione normativa, affidato per grazia ricevuta al lord Brummel Calderoli?
L’assegno universale per chi perde il proprio impiego è senz’altro una possibilità interessante, se si troveranno le risorse adatte. Attenzione però alle facili demagogie: un assegno universale di disoccupazione introdurrebbe inevitabilmente uno stipendio minimo garantito per chi il lavoro già ce l’ha. Nessuno, infatti, accetterebbe di lavorare per una cifra inferiore al sussidio di disoccupazione. Questa manovra, di certo condivisibile, andrà messa in atto di pari passo con la diminuzione delle tasse sul lavoro, in modo che un aumento degli stipendi non incida troppo sul costo pagato da chi assume: se i salari aumentano, le tasse sulla manodopera dovranno diminuire, altrimenti le aziende non assumono. Identificare la copertura finanziaria di questa proposta, in maniera chiara e realistica, sarà quindi fondamentale: non potrà certo essere finanziata con altre imposte sul lavoro, altrimenti saremmo da capo.
Molto condivisibile l’obbligo di rendicontazione e l’effettivo controllo sulla formazione professionale finanziata da denaro pubblico: se questi nuovi corsi di formazione professionale non preparano i disoccupati a rientrare nel mondo del lavoro, significa che non sono utili e vanno chiusi. Pare proprio che l’ossessione della ricerca della meritocrazia permei molti punti di questo documento, e questo è senz’altro un bene. Verrebbe solo da chiedersi quanto realistica sia la sua attuazione, in un Paese come il nostro dove lo status quo è spesso gelosamente custodito e strenuamente difeso.

La legge sulla rappresentatività sindacale sembra la ciliegina sulla torta: era ora. Il caso di qualche mese fa, quando la Fiat ha applicato alla lettera le norme escludendo la Fiom dalla lista dei sindacati rappresentati, aveva fatto cadere litri di inchiostro, ma finora senza che il Legislatore facesse una piega: purtroppo, anche questo inficia sulla nostra competitività e sulla nostra capacità di attirare investimenti stranieri. Bene che Renzi se ne sia accorto.

Noto con molto stupore l’assenza totale dell’argomento privatizzazioni da questo libello. Era stato uno dei cavalli di battaglia del Renzi delle primarie, nonché uno dei più traballanti e discutibili. Chissà che il sindaco non si sia accorto di aver esagerato e abbia corretto il tiro. Di certo, non è svendendo ai privati aziende in difficoltà che si rimpinguano le casse pubbliche e che si fa ripartire l’economia. Tanto più che, in Italia, la storia ci parla di molti fallimenti in proposito.
Un’altra cosa che noto, questa invece con rammarico, è l’assenza di un altro tema, quello dell’evasione fiscale. È vero che qui si parla di lavoro e non di fisco, eppure anche in questo ambito l’evasione è fonte di danni ingenti: è una delle principali cause dell’elevata tassazione che ricade sulle nostre aziende. L’ignorare la gravità di questo problema è spesso stato uno dei difetti di Renzi, che purtroppo pare si stia ripetendo anche in questa sede. Chissà se un giorno qualcuno gli spiegherà che, se si aggredisce l’evasione in modo serio ed efficace, si riesce a diminuire a tappeto la pressione fiscale: in questo modo si premiano soprattutto quegli imprenditori onesti che rispettano le regole, si da sollievo ai lavoratori dipendenti e a quegli autonomi in regola con il fisco, e si riesce finalmente a ridare competitività all’intero sistema.

Chissà che il nuovo segretario non riesca a convincere, non certo chi scrive, ma tutta quella moltitudine di indecisi che non vota il PD perché deluso dalla sua classe dirigente? Rottamare è stato facile, il bello viene adesso.

* Jacopo abita a New York ormai dal 2006, e lavora come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi nel 2001, e ha lasciato l’Italia quattro anni dopo per prendere un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. Intenzionato all’inizio a tornare, ha poi deciso di restare negli USA dopo aver constatato le migliori opportunità di lavoro disponibili in questo Paese. Frequenta il Circolo PD di New York anche se, deluso com’è dall’azione politica attuale del PD, dice che non prendera’ la tessera.

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