Palazzo Madama a Carmine Street

Con Pietro Grasso

Un articolo di Jacopo Coletto e Federico Giorgi

Potete immaginarvi l’incredulità e lo stupore quando, nell’ozio di un primo pomeriggio di sabato, siamo stati raggiunti da un messaggio telegrafico ma dirompente della nostra fantastica segretaria: l’indomani, all’incontro che avevamo già in programma, sarebbe venuto “a salutarci” la seconda carica dello Stato in persona. La prima azione che chi scrive ha compiuto, subito dopo aver letto il messaggio, è stata quella di consultare accuratamente il calendario: concluso, con grande sagacia, che il primo Aprile era effettivamente passato da un pezzo, ho iniziato a pensare che, davvero, vale la pena fare un po’ di politica su questa sponda dell’Oceano, quando si appartiene a un gruppo così intraprendente e coeso.

E così, quasi fosse una cosa naturale, il giorno dopo ci ritroviamo al cospetto di quest’uomo affabile, disponibile al dialogo e spigliato nella conversazione, vestito in un cardigan blu che, da solo, vale quasi una rivoluzione. Chissà come ci avrebbe risposto Pietro Grasso, se fosse venuto a trovarci solo qualche giorno dopo, a una nostra domanda circa l’elezione di Rosi Bindi alla Presidenza della Commissione Antimafia. In cuor mio, penso che si sarebbe limitato a prendere atto con noi della votazione avvenuta e ci avrebbe sorriso chiedendoci di passare alla domanda successiva: anche a un’ipotetica domanda del genere, la seconda carica dello Stato non avrebbe di certo abbandonato il suo tatto istituzionale, i suoi toni sempre garbati e misurati e il suo parlare attento, senza eccessi e al limite della diplomazia.

In effetti, l’ex magistrato aveva già ammesso con noi la pochezza dei risultati raggiunti finora da questa Commissione, bloccata com’era dalla litigiosità e dai veti incrociati degli esponenti di questa strana maggioranza. Nella sua visione, la commissione antimafia veste al massimo un ruolo di simbolo; le azioni più efficaci per combattere la criminalità organizzata dovrebbero essere, secondo lui, volte a velocizzare la macchina della giustizia. La lentezza del nostro sistema giudiziario è uno dei problemi che più inquietano il presidente del Senato: i nostri molteplici gradi di giudizio, che oltre tutto coinvolgono un numero elevato di magistrati per esaminare lo stesso caso, non fanno altro che dilazionare i tempi. Anche i termini spesso molto corti della prescrizione, poi, sono un metodo spesso usato per evitare le condanne, con buona pace della certezza della pena. Ahi ahi, caro Pietro, se ti sentisse il tuo fiero alleato di partito, qui partirebbe una bella censura… E invece, non senza incontrare la soddisfazione di buona parte dell’auditorio, Grasso va più in là e cita proprio la riforma della giustizia. Sottolinea come il suo punto focale non siano tanto l’improbabile separazioni delle carriere fra PM e giudici, o la responsabilità civile dei magistrati (concetti cari tanto agli epigoni della pacificazione quanto ai membri della P2), quanto una velocizzazione e un miglioramento dell’efficienza dell’apparato giudiziario. Non c’è che dire: le sue parole riescono a fare breccia nel cuore di molti di noi, che non vedono affatto di buon occhio l’odierna alleanza con un pregiudicato per frode fiscale.

In contrasto con questa scarsa reattività della giustizia, una cosa che fa arrabbiare storicamente Pietro Grasso e’ la nozione popolare secondo la quale, in certe zone siciliane, Cosa Nostra sia veloce ed efficiente nel risolvere i problemi, mentre lo Stato, a confronto, appare lento, inerte e inutile. Grasso sogna un sistema legislativo snello. Ha velatamente criticato lo strumento dei decreti legge, che alterano le priorita’ legislative del Parlamento; una cosa che rimpiange dei suoi ruoli passati è il potere operativo che aveva nella magistratura, quando poteva agire prontamente per risolvere i problemi. La sua ricetta politica è semplice: se mancano le risorse economiche per, e qui rispettiamo l’ordine usato da lui, giustizia, ricerca, esodati, cassintegrati e cuneo fiscale, queste risorse possono essere sottratte alla malavita, il tutto senza alzare le tasse.
La seconda carica dello Stato descrive volentieri il suo ingresso in politica (e lui stesso sottolinea il suo usare il termine “passare” in politica, distinguendosi dagli ormai inflazionati “scendere” e “salire”, neanche trovassimo fra cime incontaminate). Ricorda con noi una telefonata di Bersani in Dicembre 2012, nella quale gli veniva chiesto di entrare nelle liste elettorali. Una volta eletto, subito prima di salire allo scranno più alto del Senato, è riuscito a presentare un disegno di legge contro la corruzione e per il recupero e il reinvestimento dei capitali sottratti alla malavita. Questo lo rende unico fra tutti i presidenti del Senato, carica che peraltro non aveva mai pensato di ricoprire. E se gli chiediamo come prenderebbe un’offerta di diventare Presidente della Repubblica, il nostro risponde, quasi incredulo di aver sentito una domanda del genere, che non rifiuterebbe: ma d’altronde, osserva, nessuno rifiuterebbe. L’onore è troppo grande.

Alla nostra domanda sulla lotta contro Cosa Nostra, Grasso traccia un quadro realistico e non privo di speranza. Quell’organizzazione criminale è stata destrutturata, con i capi ormai in carcere, a parte Messina Denaro, ancora latitante ma che è stato “messo in condizioni di non nuocere” (affermazione curiosa, la sua). Parla con orgoglio del consenso popolare che si sta ormai schierando in maniera consistente con le forze dell’ordine: molti sono gli imprenditori che si oppongono al racket, e ormai sembra proprio che nemmeno un calciatore idolo della squadra locale (e cita l’esempio di Miccoli) possa offendere la memoria del giudice Falcone senza che i suoi supporter gli voltino le spalle. È il lavoro sul piano culturale che infonde in Grasso un cauto ottimismo. In parallelo, però, il presidente del Senato non nasconde l’ascesa della Ndrangheta, che sta diventando sempre più pericolosa, e della camorra, che pare essere ancora diffusa nella criminalità urbana del Napoletano.

In un incontro con un manipolo di manigoldi che hanno lasciato i patri lidi quali siamo noi, non poteva mancare la domanda sull’abolizione delle circoscrizioni estere. La seconda carica dello Stato ha risposto sollevando il problema della falsificazione dei voti per posta, e sostenendo che, se le comunità italiane all’estero sono ormai scollegate dall’attualità italiana, non è giusto che votino. Pesante la sua critica ai parlamentari esteri: 12 eletti che storicamente non hanno fatto nulla per il proprio elettorato, o tantomeno per gli italiani in generale. A questo si aggiunge un suo accorato appello ai giovani ricercatori perché tornino: “Abbiamo bisogno di voi” dice, e confesso che in quel momento mi sono sentito in colpa per essere emigrato.
La sua risposta è stata interpretata in modi diversi dagli ascoltatori: per molti, Grasso risulta ostile all’idea di un’Italia esportata, e sarebbe per concedere il voto solo laddove si possa garantire senza errore l’identità del votante. E tuttavia, non cita metodi elettronici per farlo (autenticazione su internet), ma piuttosto sembra liquidare la questione come infattibile. In alcune frasi, concede che Italiani all’estero che seguono le vicende italiane possano avere il diritto di votare. Ma la sua idea, secondo me, è che chi è italiano all’estero lo debba essere solo provvisoriamente: deve tornare, e può continuare a votare nella sua circoscrizione di origine fintanto che dimostra l’intenzione di farne parte. Pietro, mi veniva da dire, buona parte di noi tornerebbe anche domani: ma a quali condizioni?

Gli chiediamo che cosa ne pensa della manomissione dell’articolo 138 della Costituzione, che sta prendendo forma per mano della maggioranza delle Venerabili Larghe Intese e sotto lo sguardo vigile di Napolitano. Il computo dei parlamentari, ci ricorda Grasso, è stabilito proprio nella Costituzione: per ridurne il numero, quindi, occorre cambiare il testo. Sembra però che il presidente dimentichi una cosa: per cambiare solo un articolo della Costituzione, nella fattispecie quello che stabilisce quante persone dovranno sedere nelle Camere a rappresentarci, non occorre per forza cambiare l’articolo 138. Non basterebbe fare una singola legge costituzionale? Eppure, questa necessità di cambiamento, pur vera, viene presa dal presidente del Senato come giustificazione per un disegno così discusso.
Facendo suo un ormai abusato adagio, l’ex magistrato parla della nostra Costituzione come, sì, la più bella del mondo, ma ciò non toglie che vada resa più agile. Si schiera quindi a favore dell’idea di rendere più agevole il processo di cambiamento: il problema, ricorda l’ex magistrato, sono piuttosto i cambiamenti che si vorranno effettuare. Cita l’esempio del presidenzialismo: muoversi verso un sistema del genere, secondo lui, genererebbe cambiamenti epocali che richiedono la massima attenzione. Detto questo, Grasso ci tiene a ribadire che non ci si può fermare per paura della resistibile ascesa di un figuro come B. al ruolo di Presidente della Repubblica: i problemi vanno risolti, “a prescindere”, come direbbe il Principe De Curtis.

Grasso parla dello scopo ultimo del suo passaggio in politica: cambiare le cose. Non può fare altro che prendere atto di come, in questo clima di larghe intese, sia difficile operare un cambiamento vero e significativo: egli, tra l’altro, definisce lo status attuale come quello delle “larghe contese”, suscitando numerose note di approvazione fra il pubblico (non si può certo dire che Circolo di New York sia a maggioranza filogovernativa). Questa strana maggioranza, continua l’ex-magistrato, è una forzatura, pur se attuata per poter dar vita a determinate riforme. Secondo lui, il Paese ha bisogno di un partito che abbia una linea politica chiara ed unitaria; tuttavia, per metterla in pratica, servirà una maggioranza possibilmente non appesantita dal compromesso delle larghe intese, senza così mettere in discussione concetti che dovrebbero essere chiari a tutti.
Le larghe intese sono un boccone amaro: e questo Grasso ce l’ha ben presente, pur senza calcare la mano. A una nostra insistente domanda sull’opportunità di riformare la giustizia con un ministro degli Interni come Alfano, ha elegantemente schivato l’ostacolo evitando accuratamente di rispondere sulla specifica figura dell’ex-delfino del Presidente Berlusconi. Legittimo, ma subito dopo, appare quasi surreale nella sua dichiarazione di non essere un politico: perfino la moglie, in un’occhiata di intesa, gli ha fatto notare che non solo parla tanto come un politico, ma anche riesce a non rispondere alle domande nella migliore tradizione dei politici nostrani. La speranza è che non perda sé stesso ambientandosi troppo nel meandri dei palazzi romani: il Pietro Grasso che abbiamo incontrato ci piace così com’è. Di politici tradizionali e certificati ce n’è già troppi in giro.

Press release:

http://www.i-italy.org/node/36816

http://www.lavocedinewyork.com/Notizie-dal-Partito-Democratico-di-New-York/d/2978/

http://www.partitodemocratico.it/doc/261630/pietro-grasso-riceve-la-tessera-onoraria-del-circolo-pd-nyc.htm

Video del servizio ANSA: http://www.ansa.it/web/notizie/videogallery/mondo/2013/10/21/Grasso-presto-riunione-giunta-decadenza-Berlusconi_9494503.html.

Foto dell’evento: https://www.facebook.com/media/set/?set=a.762357287124791.1073741841.506979029329286&type=1

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s