Non passa lo straniero?

di Jacopo Coletto*

Franza e Spagna, purché si magna: così va spesso il mondo, anzi, così andava nel secolo decimosettimo.

Ho letto con interesse un post pubblicato dal nostro Elia Nigris circa le reazioni scatenatesi nel mondo, politico e non, di fronte al prossimo acquisto di Telecom Italia da parte di Telefónica.
Avevo già messo nero su bianco alcune delle mie opinioni su argomenti simili: in un mio post di qualche mese fa parlavo proprio del numero delle aziende italiane recentemente cadute in mano straniera, o in procinto di essere acquistate da marchi esteri.

La perdita di italianità da parte di alcune aziende in sé non è un problema: di operazioni di fusione e acquisizione che superano i confini nazionali ne vediamo ormai un’infinità. Ciò che è preoccupante, e credo sottovalutato, è lo sbilanciamento fra i tanti acquisti di ditte italiane da parte di marchi esteri e i rari esempi di imprese straniere che cadono in mani italiane. Ai miei occhi, questo è un sintomo di scarsa vitalità della nostra economia e della mancata esistenza di una cultura imprenditoriale votata all’espansione, alla crescita, all’allargamento degli orizzonti capace di generare conseguenze positive per i lavoratori e per tutto l’indotto.

Da una parte, questo è dovuto alla proverbiale incapacità della nostra classe dirigente quando si tratta di costruire aziende solide, non microscopiche, e di portarle al profitto e all’espansione. I metodi di gestione discutibili sono purtroppo all’ordine del giorno: buona parte della colpa è da attribuire allo strano modo con cui concepiamo il rapporto fra l’industria e la finanza. Quest’ultima, in linea di principio, dovrebbe essere a supporto della prima: in molti casi, invece, si dà importanza preponderante alla componente finanziaria, non di rado cercando di aumentare i profitti con operazioni imprudenti e poco oculate. La Parmalat, per esempio, era un’azienda tutto sommato a posto dal punto di vista industriale, ed è stata affondata da una gestione finanziaria allegra e fondata sull’eccessivo indebitamento prima, e sulla frode poi; la stessa Telecom Italia è stata soffocata dall’operazione di acquisto a debito voluta dai proverbiali “capitani coraggiosi”; la Fiat ha perso la sua posizione, che in Europa era forte, quando il suo AD Romiti varò la diversificazione, voltando le spalle al settore industriale di sua competenza.

È anche la dimensione media delle nostre aziende a renderle appetibili agli occhi dei colossi stranieri. L’Italia, una sorta di anomalia nel panorama industriale europeo, è il Paese delle piccole e piccolissime aziende: è la terra dei distretti industriali, di quel tessuto di minuscole imprese, spesso a conduzione familiare, specializzare nel loro settore. Così abbiamo il tessile intorno a Biella, la ceramica intorno a Sassuolo, e altri esempi. È il Paese del “piccolo è bello”, che ha caratterizzato la fortuna di molte imprese negli anni passati. Purtroppo, ogni azienda di dimensioni così piccole è una preda facile sul mercato, mentre, se cerca di espandersi e crescere, va incontro a costi proibitivi. Come se non bastasse, in questi ultimi anni, la concorrenza dei Paesi orientali è riuscita a raggiungere livelli di qualità tali da iniziare a impensierire anche le nostre piccole eccellenze. Ecco perché tante imprese italiane passano di mano, non ultima la Loro Piana. D’altro canto, da lungo tempo gli scettici del “piccolo è bello” ci ricordano che, per fare aeroplani, ci vorrà sempre la Boeing: un’osservazione che sta diventando sempre più di attualità in questi ultimi tempi.

È altresì vero che il panorama economico e finanziario europeo è forse meno integrato di quanto non si pensi. I governi nazionali mantengono ancora un’importante voce in capitolo nella politica economica di ciascun Paese, e questo rende possibile una sorta di filo diretto con le imprese locali. Era poco più di un anno fa, per citare un esempio, che il presidente Hollande ha cercato con forza di opporsi al piano di licenziamenti del gruppo PSA: di fronte alla decisione dell’azienda di ridurre comunque il personale, il governo centrale ha cercato quantomeno di negoziare per contenere il numero dei licenziamenti in un’azienda cardine del loro sistema produttivo. Di certo, non ha mai espresso una simile solidarietà per i lavoratori abitanti oltre i confini nazionali. Tale azienda, inoltre, insieme con altri grandi gruppi transalpini, continua a ricevere interventi pubblici in suo sostegno: un po’ come la Fiat da noi. Il libero mercato pare quindi essere più un’idea che una realtà: la nazionalità di un’impresa è spesso più importante di quanto si pensi.

In questo contesto, proviamo a esaminare alcune ragioni per cui l’acquisto di un’entità produttiva italiana da parte di un gruppo estero possa non essere un evento molto desiderabile.
Dopo una fusione, l’azienda controllante entra in possesso dei siti produttivi della controllata, assumendone i dipendenti. Che cosa garantisce la prosecuzione dell’attività produttiva nei siti locali? Per rispondere a questo, occorre esaminare le ragioni che hanno determinato l’acquisizione. È stata la solidità dell’impresa acquistata, o le particolari caratteristiche dei suoi prodotti (per esempio, la qualità superiore) ad attirare il compratore straniero? In questo caso, è possibile che il nuovo padrone intenda far crescere la ditta di cui ha acquisito il controllo, a beneficio di entrambi. A volte, però, l’acquirente può essere interessato solo a una parte dell’azienda controllata (per esempio, la sua rete di vendita), considerando tutto il resto come superfluo; oppure, un’acquisizione può avvenire per il semplice scopo di levare di mezzo un concorrente. In questo caso, chi garantirebbe la continuazione delle attività nell’entità locale acquisita? Il compratore potrebbe ritenere più economicamente conveniente spostare quelle attività nella propria sede o, al limite, dismetterle tout court. È, questo, quello che potrebbe succedere all’AnsaldoBreda nel caso fosse venduta ai giapponesi dell’Hitachi: questi ultimi, più che dalla tecnologia nostrana, paiono interessati ad aumentare la loro quota di mercato diminuendo il numero dei concorrenti, quindi niente garantisce il mantenimento della produzione in Italia. E non pensiamo che le cose migliorino con un partner europeo: se alla Hitachi si dovesse sostituire la Siemens, il discorso probabilmente non cambierebbe. Anzi, con un compratore europeo le cose potrebbero essere ancora più difficili: due siti produttivi relativamente vicini fra loro, per esempio in Germania e in Italia, potrebbero essere visti come ridondanti, e quindi si tenderebbe a ridimensionare, quando non proprio chiudere, i siti nostrani.

Un altro motivo di preoccupazione viene dal fatto che una qualsiasi azienda, almeno in teoria, è portata a investire i proventi dei propri guadagni in economie vantaggiose, vuoi per un mercato in crescita, vuoi per i bassi costi del lavoro, senza mai dimenticare l’economia nazionale: quest’ultima viene di rado abbandonata, anche solo per motivi d’immagine, storici o politici. Un esempio di quest’ultimo caso è la Fiat, che mantiene gli impianti italiani nonostante un mercato che cola a picco e un alto costo della manodopera. Ora, l’Italia non sembra esattamente ricolma di vantaggi agli occhi di un investitore straniero: le alte tasse sul lavoro rendono costosa la produzione, e la crisi economica deprime il mercato interno, già relativamente piccolo di per sé. Tutto questo non motiva affatto un compratore straniero a preservare l’occupazione nel Bel Paese. Tra l’altro, questa è anche una delle cause principali degli scarsi investimenti di capitale estero: l’altra causa è l’instabilità politica, della quale, ironia della sorte, stiamo dando un’edificante dimostrazione proprio in questi giorni.

Sono d’accordo sul punto in cui si critica l’operazione andata in porto anni fa riguardo alla vicenda Alitalia: è l’emblema dell’insufficienza della “soluzione italiana”, se questa soluzione non è accompagnata da risorse e da un piano industriale adeguato. In mancanza di una proposta nazionale seria, la decisione migliore sarebbe stata la vendita ad Air France, che si sarebbe pure accollata i debiti della società (a differenza della cordata italiana, che li ha graziosamente girati sui contribuenti).

Non si tratta quindi di essere contrari alle privatizzazioni, strumenti che peraltro portano certi benefici se condotte in modo serio, né di essere nazionalisti. Si tratta di pensare alle possibili conseguenze, soprattutto per i lavoratori e per l’indotto, della decisione di vendere un’azienda a un compratore che potrebbe avere poca volontà di preservare i siti produttivi e di alimentare la crescita locale; questo è ancora più grave se non vi è una speculare attività di acquisti da parte di grandi aziende italiane. Finché le operazioni di acquisizione che attraversano i confini d’Italia saranno a senso unico come adesso, non potremo dire di avere una classe imprenditoriale degna di questo nome.

* Jacopo abita a New York ormai dal 2006, e lavora come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi nel 2001, e ha lasciato l’Italia quattro anni dopo per prendere un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. Intenzionato all’inizio a tornare, ha poi deciso di restare negli USA dopo aver constatato le migliori opportunità di lavoro disponibili in questo Paese. Frequenta il Circolo PD di New York anche se, deluso com’è dall’azione politica attuale del PD, dice che non riprendera’ la tessera.

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