We will never forget

di Jacopo Coletto*

(English version included)

Come non potevamo non fermarci e pregare, alcuni secondo il proprio credo, altri secondo la propria sensibilità, il 6 agosto scorso? Era l’anniversario del lancio della prima bomba nucleare a Hiroshima, una delle tragedie del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. Quali che fossero le responsabilità dei governi che determinarono questo evento, resta un fatto: più di sessantamila innocenti persero la vita, seguiti da quasi altrettanti negli anni successivi a causa delle radiazioni. Triplo fu il numero delle persone sfollate.

Proprio come in quella data non potevamo non sentirci tutti giapponesi, così non potevamo non definirci tutti americani ieri, il giorno di un’altra tragedia che si portò via migliaia di persone innocenti. Forse, questa la sentiamo più “nostra”, perché l’11 settembre ha segnato in modo indelebile la vita, e perfino l’aspetto, della città dove noi, chi da tanto tempo e chi da solo pochi mesi, abbiamo iniziato a sentirci a casa. Molti di noi le hanno viste, quelle torri che si stagliavano alte nel cielo, le cui cime si nascondevano nel bianco delle nubi durante le giornate piovose, e che ci aiutavano ad orientarci in pressoché qualsiasi punto di Manhattan: distinguevi la loro forma, capivi che il Sud era da quella parte, e potevi proseguire sicuro verso la tua meta. Il pensiero in questi giorni viaggia ovviamente a chi ci si trovava in quei momenti drammatici; sia coloro che hanno perso la vita, che i sopravvissuti, persone che molto spesso sono rimaste vittime di forti sindromi da trauma. Non è raro per chi lavora in finanza conoscere persone che hanno vissuto quegli eventi in maniera diretta, mentre lavoravano negli uffici del World Trade Center; alcuni fingono di scherzarci, altri li ricordano ancora con terrore. Ascoltare i loro racconti, simili a una cronaca che si potrebbe leggere su un giornale ma più personali, contraddistinti da quelle note uniche che solo chi era partecipe può conoscere, fa quasi venire i brividi.
Ora che una nuova torre è quasi completata al posto delle due distrutte, verrebbe spontaneo chiederci quali lezioni ne siano state tratte, e come sia cambiato il nostro modo di pensare. Che cosa ha prodotto la tragedia dell’11 settembre? L’invasione di due Paesi stranieri, una delle quali senza l’avallo delle Nazioni unite; l’inizio di conflitti che sarebbero durati molto più del previsto; la creazione di un pericolosissimo precedente, secondo il quale uno Stato può, senza l’appoggio delle altre nazioni, attaccare un altro Paese sovrano solo sulle basi del suo ritenerlo, dal proprio punto di vista, un malvagio Paese canaglia.

Forse è davvero meglio se si compisse un passo indietro. Per quanto possa sembrare ingiusto e doloroso, una violenza subita in passato non giustifica una violenza perpetrata in futuro. Le sedicenti nazioni democratiche farebbero meglio a evitare di additare nemici ben definiti a destra e a manca: c’è il rischio che intere popolazioni inizialmente indifferenti a noi possano sentirsi accusate ingiustamene, e comincino a provare rancori verso di noi. Vanno ben distinte le controversie fra i governi, che a volte sono inevitabili, con l’ostilità verso i popoli da loro governati, spesso con la forza e contro il loro consenso. Va abbandonata la convinzione manichea di essere dalla parte del giusto e la tentazione di bollare i propri avversari come “malvagi”: la guerra santa è un retaggio medievale che, purtroppo, è stato malauguratamente rispolverato nell’aftermath degli eventi tragici di cui ieri abbiamo celebrato il memoriale. Francamente, la frase “God told me to invade Iraq” è un’aberrazione che si adatterebbe molto meglio a un leader invasato di un’organizzazione terroristica piuttosto che a un equilibrato e lungimirante governatore di un Paese che si proclama la culla della civiltà: sono parole irresponsabili che richiamano la follia delle crociate delle quali, nostro malgrado, noi stessi europei ci siamo macchiati. Sembra che ogni nazione, nel suo processo di crescita, debba compiere gli stessi errori di quelle più mature, incapace di trarre lezioni dalla storia.

È ancora più importante tenere conto di questo proprio in questi tempi, quando un nuovo conflitto in Siria sembra essere in bilico. Pare che questo anniversario abbia fatto capolino nei nostri calendari per ricordarci che la violenza chiama violenza, che le vie per i negoziati non sono chiuse, che la diplomazia ha molto spesso conseguenze più efficaci e durature di un’invasione armata.

Just about a month ago, we lived a day some of us could not spend without praying, each of us according to their creed or their deep beliefs: it was August 6th. That day marked the anniversary of the first nuclear bomb launch, hitting the Japanese city of Hiroshima: we all remember it as one of the worst tragedies haunting the century we just left behind. No matter who we decide to blame for that disaster, we’ve got one fact that stands: more than sixty thousand innocents lost their lives, to be followed shortly by almost as many, killed by radiations. As if that fact alone weren’t enough, the number of those who had to leave their homes amounted to three times as much.

Just as, on that day, we all couldn’t help feeling Japanese, the same way, yesterday, we couldn’t help feeling Americans, as we celebrated the memorial of another tragedy claiming thousands of lives. We, in particular, probably feel this event as “ours”, simply because 9/11 indelibly marked this City’s life as well as its skyline itself; and it is here that we’ve been calling our home, some of us for a few years, others for a handful of months. Many of us did get a chance to see those buildings, as they towered over anything else from far up in the sky; we remember when their full height was hidden by the rainy days’ clouds; and we used them as a means to find our way from virtually anywhere in the island. As you spotted their shape, you immediately knew where south was; and off you went, to your destination, knowing exactly which way to go. Our thoughts today are all for those who were there, who lived there, who worked there when it all went wrong; to those who lost their lives, and those who managed to survive, many of which have been suffering from serious post-trauma diseases since.
For those who have the privilege, or the disgrace I would say, to work in finance, it is not so rare to meet direct witnesses who were working in the World Trade Center at the time of the disaster. When asked about their experience in those moments, some of those survivors manage to make up jokes, while others still remember that day with terror. As you’re listening to their words, and you learn their stories, going through their own personal experience and hearing the details they remember so well, the result is often shivers down your spine.

A new tower stands now, almost complete, at the place of the old two. It feels natural to wonder what are the lessons we learned; how our thinking process has changed; how our vision of the world has evolved. What happened after 9/11? The invasion of two independent countries, one of which UN-unbrokered; the burst of wars lasting much longer than planned; the creation of a frightening precedent in modern history, such as a country deliberately attacking another independent nation, without seeking wide international support, on the mere grounds of considering it, from its own unique standpoint, an “evil” rogue nation.

It wouldn’t hurt to take a step back. Regardless of how unfair and painful it might sound, having been on the receiving end of violence never justifies switching to the giving end. Our self-proclaimed democracies should rather stop picking out enemies here and there; the risk of such a strategy, is to unleash their feelings of hatred against us, while they might otherwise feel neutral. Controversies among governments can and will happen, as they are be part of international relations, but they should be kept separated from thoughts of hostility towards their whole population. We must shed our clear-cut, too simplistic belief of being on the righteousness’ side at all times, together with our temptation to call our opponents “evil”. The Holy War is a sad legacy from the Middle Ages’ darkness; unluckily, and against any common sense, it looks like it has been dusted off in the aftermath of the tragic events we’ve been mourning for. The phrase “God told me to invade Iraq” is an insane statement only worth of a barbaric leader of a terrorist group, rather than of a balanced, visionary head of a nation claiming to be the cradle of civilization. Those irresponsible words remind us of the madness of the Crusades, which we Europeans are sadly responsible for. It’s appalling to see that every nation, unable as it is to learn from history, is fated to follow the steps of its more mature predecessors, making the same mistakes.

In these days, as a potential conflict in Syria is threatening us, we feel it’s crucial to remember and keep these ideas in our hearts. It feels almost as if this memorial managed to slip in our calendars to remind us that violence calls for more violence, that at least attempting a negotiation is not only still possible, but usually leads to more effective and long-lasting results than the most successful of the armed invasions.

* Jacopo abita a New York ormai dal 2006, e lavora come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi nel 2001, e ha lasciato l’Italia quattro anni dopo per prendere un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. Intenzionato all’inizio a tornare, ha poi deciso di restare negli USA dopo aver constatato le migliori opportunità di lavoro disponibili in questo Paese. Frequenta il Circolo PD di New York anche se, deluso com’è dall’azione politica attuale del PD, dice che non riprendera’ la tessera.

* Jacopo’s been living in NYC since 2006; he works as a financial analyst in a major US asset management firm. In 2001, he got a Bachelor’s degree in Economics in Milan; he left Italy four years later to get a Master’s degree in Financial Engineering at UC Berkeley. Planning to go back to his home country at first, he later decided to stay in the US because of the better and more exciting job opportunities he found in this country. Although he claims to be very disappointed by the Italian Democratic Party’s latest policies, he’s attending the regular meetings of the Group.

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