Perché ha ragione Marchionne

Unknown-1di Jacopo Coletto*

In questi frangenti mi sono divertito a leggere i soliti commenti che danno addosso all’amministratore delegato di una delle più grandi aziende d’Italia (per ora), e vorrei partecipare alla baruffa.

Sembra che questo novello padrone delle ferriere abbia calpestato la legge per togliere la rappresentanza sindacale a chi non aveva firmato il suo contratto di lavoro; questa legge calpestata pare essere un articolo dello Statuto dei Lavoratori.
E allora chiamiamolo in causa, questo articolo 19, vero pomo della discordia. Nel preistorico 1970, ossia quando la Fiat aveva una quota di mercato che neanche la Toyota Prius in California, questo articolo era stato pensato per dare una rappresentanza ai sindacati nelle aziende. Pur non essendo io un giurista, provo a riassumerlo. I sindacati rappresentati in azienda appartenevano a due categorie. La prima era composta da quelli “maggiormente rappresentativi sul piano nazionale”  (definizione un po’ fumosa: ci cadeva un numero di sindacati che si può contare su poche dita di una mano). La seconda comprendeva alcune associazioni di base, a patto che avessero firmato contratti applicati nell’azienda.
Questa era la legge fino al 1995. Nell’anno immediatamente successivo alla (dis)avventura della gioiosa macchina da guerra, vengono indetti dei referendum, promossi tra l’altro anche dai Cobas e Rifondazione Comunista. Due quesiti propongono di cambiare le norme di rappresentanza sindacale. Uno non raggiunge il quorum; l’altro sì. Quest’ultimo quesito elimina la prima categoria di sindacati rappresentati; resta così in piedi solo la seconda, leggermente riformulata. Gli unici sindacati rappresentati saranno così quelli che hanno firmato un contratto collettivo applicato nell’azienda. E basta.
La ratio di questa modifica era probabilmente la volontà di spezzare il monopolio confederale: non a caso uno dei promotori del referendum erano proprio i Cobas. Un pregio di questa nuova definizione era quella di stabilire in maniera chiara e oggettiva chi sia dentro e chi sia fuori. Quindi, tutto bene. O, almeno, pareva.

Immaginiamo adesso un imprenditore qualsiasi. Un signor Rossi che produce puntine da disegno. Paga le tasse, rispetta le  leggi e cerca di mantenere la sua azienda in attivo. In un periodo di crisi, chiede sacrifici a tutti, e, non volendo applicare un contratto nazionale ai suoi lavoratori (scelta più o meno discutibile, ma comunque consentita), redige un contratto ad hoc che vale solo per la sua azienda. Attraverso trattative, riceve il beneplacito di tutti i sindacati presenti in azienda, tranne uno, il sindacato X che decide di non firmare. L’imprenditore prende atto dello stato delle cose, decide di non tornare sui suoi passi e va avanti con questa situazione. Quando si parla di rappresentanza sindacale nella sua azienda, il nostro signor Rossi prende lo Statuto dei Lavoratori in mano e legge l’articolo 19. Memore delle interminabili lezioni di Filosofia ai tempi del liceo, dà vita ad un arguto sillogismo:

  • Premessa maggiore: L’articolo 19 stabilisce che i sindacati rappresentati sono i firmatari di un contratto collettivo di lavoro applicato all’attività produttiva;
  • Premessa minore: Il sindacato X non è firmatario di un contratto collettivo di lavoro applicato all’attività produttiva;
  • Conclusione: Il sindacato X non ha diritto alla rappresentanza.

Secondo logica, vi pare sbagliato questo sillogismo? A me sembra che non faccia una grinza. Con conseguenze sociali discutibili, ovviamente; ma, dal punto di vista logico (e quindi legale), sfido chiunque a trovare l’errore.

Questo è quello che ha fatto il nostro Sergio nazionale; niente di più, niente di meno. C’era una legge, e la ha applicata fino in fondo. Possiamo criticarlo finché vogliamo; possiamo chiamarlo padrone delle ferriere, possiamo dire che non ha cuore, possiamo dire che ha una visione miope dal punto di vista aziendale (e secondo me è proprio così: spesso, gli imprenditori di maggior successo sono quelli che evitano la lotta col sindacato), ma non possiamo dire che abbia disatteso una legge dello Stato, pur sbagliata e distorta.
Il problema era altrove. Perché nessuno ha criticato il modo in cui l’articolo 19 è stato prima redatto e poi modificato? Purtroppo, se una legge ambigua produce effetti collaterali, non ce la si può prendere con chi, rispettandola, genera questi effetti. Così, a ripianare le cose ha dovuto pensarci la Corte Costituzionale, a mio avviso giustamente, perché non si poteva subordinare la rappresentanza sindacale alla supina accettazione di un contratto di lavoro. La FIOM dev’essere rappresentata, con buona pace di Marchionne. E, ripeto, giustamente.

Da qui l’ultima voce del cahier des doléances dell’imprenditore italo-canadese: come si fa a fare investimenti in un Paese senza regole certe?
E qui, caro Sergio, non me la sento proprio di darti torto. In un Paese normale, con un Governo normale retto da una maggioranza parlamentare normale, di fronte al venir meno di una norma così importante come quella sulle rappresentanze sindacali nelle aziende, ci si dovrebbe fermare, interrogarsi sulle cause che hanno portato a ciò, e discutere su come risolvere la questione. Urge una legge chiara e non soggetta ad ambiguità, che tenga conto del responso della Corte e che dia le linee-guida per sindacati e aziende.
Qual è la posizione dei governo? E quella del PD? Leggo oggi che la Commissione Lavoro ha appena iniziato a discutere in materia, dietro richiesta di SEL la settimana scorsa. Domanda: c’è bisogno di SEL per fare qualcosa di sinistra? Meglio sarebbe stato se il PD, forte dei suoi numeri in Parlamento, si fosse subito adoperato per sancire nero su bianco, in un disegno di legge, che tutte le associazioni sindacali hanno diritto a una rappresentanza, che abbiano firmato o no gli accordi. Tappando, fra l’altro, la bocca ai vari Marchionne di turno.

Poi ci chiediamo perché gli investitori esteri non scommettono sull’Italia: questa è una delle ragioni. Un’azienda che decide se, quanto e dove investire, ha bisogno di leggi certe e senza la minima ambiguità. Soprattutto nel mondo dell’auto, gli investimenti iniziali sono ingenti e i frutti si vedono dopo molti anni. Quanto tempo è passato perché l’Audi diventasse l’Audi? Negli anni Ottanta non faceva macchine bruttine, lente e pesanti? Purtroppo, se ai rischi di mercato aggiungiamo i rischi di una legislazione ambigua o incompleta, e oltre tutto lenta a colmare le sue lacune, un investimento non è consigliabile. Punto e stop.

Nel frattempo Zanonato, il nostro ministro del Lavoro, annuncia che un incontro con Fiat “dovrebbe esserci”, per avere un piano preciso sugli investimenti, “anche se non può garantirlo al 100%”. Come scusi? E aggiunge, “si è perso un po’ di tempo per l’atteggiamento di Fiat”. Spettacolare. Che avessimo un governo poco efficiente, incapace perfino di far dimettere un Calderoli dalla vicepresidenza del Senato si sapeva: adesso sappiamo che non ha nemmeno la forza di convocare la principale azienda manifatturiera italiana per discutere di un’equa rappresentanza sindacale. Ve lo immaginate Obama o un suo ministro dire, nel 2009, che una riunione per il salvataggio di Chrysler “dovrebbe esserci”, “anche se non può confermarlo al 100%?” A quell’epoca, l’amministrazione statunitense aveva imposto dei paletti chiari e tondi a Marchionne e soci: se volete Chrysler, questi sono i punti che dovete rispettare. Se no, quella è la porta. E Marchionne ha accettato senza battere ciglio. Altro stile.

Se davvero le Alfa di domani, speriamo a trazione posteriore e con cambio manuale transaxle, verranno fatte in Serbia, in Polonia o in Canada, per via di una riunione che “avrebbe dovuto esserci” e di decisioni governative che non saranno state prese, no, non potremo dare la colpa a Marchionne. La colpa sarà di chi, pur avendo responsabilità di governo, non avrà colto l’urgenza di un provvedimento.

PS. Ho appena letto un’Ansa interessante, di Cecilia Carmassi, responsabile Lavoro e Politiche sociali del Partito Democratico. La cito con qualche commento: “Non si può usare una sentenza per giustificare un disimpegno di Fiat in Italia. Le sentenze si rispettano e si applicano, specie quando sono a garanzia di principi e diritti sanciti dalla Costituzione.”. Concordo in pieno. Infatti, non è la sentenza che giustifica il disimpegno della Fiat: è il vuoto legislativo che ne deriva, e ancor più il fatto che, per tutti questi anni, un articolo incostituzionale sia rimasto in vigore. “È certo che servono norme chiare in tema di rappresentanza.”. Domanda: quali? “Noi crediamo che debbano andare nella direzione del recepimento degli accordi che sindacati e associazioni datoriali stanno definendo.”. Allora fate prima una proposta di legge, chiara, e allora la palla passerà a Marchionne. Possibilmente senza andare al traino di SEL. “Il rispetto della Costituzione non ha mai impedito a nessuna azienda di produrre e fare profitti in Italia.”. Certo. Qui non si parla di rispetto della Costituzione (che voi tra l’altro volete stravolgere, attaccando subito l’articolo 138). Si parla di uno Statuto dei Lavoratori che contiene articoli incostituzionali, e dei fondati timori di un’azienda che situazioni del genere possano accadere di nuovo in futuro.

 

* Jacopo abita a New York ormai dal 2006, e lavora come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi nel 2001, e ha lasciato l’Italia quattro anni dopo per prendere un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. Intenzionato all’inizio a tornare, ha poi deciso di restare negli USA dopo aver constatato le migliori opportunità di lavoro disponibili in questo Paese. Frequenta il Circolo PD di New York, anche se dice che non riprendera’ la tessera. Speriamo di convincerlo a cambiare idea.

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