Un Paese in dismissione

4369543325_acbc3058fb_oUn articolo fortemente critico di Jacopo Coletto *

L’industria italiana è in svendita. Ci si lamenta della disoccupazione e delle magre prospettive sul futuro; questi sono i danni causati dalla mancanza di un governo forte, credibile, e capace di mettere in piedi un piano economico di sviluppo e di investimenti fattibile e convicente.

Sono stato spesso criticato per un eccessivo accanimento contro questo “governo” (virgolette d’obbligo); l’idea preponderante nel partito è quella dettata dal nostro Presidente ad aeternum, ossia che la crisi, lo spread, il debito pubblico, e un altro imprecisato numero di calamità, rendano necessaria questa fase di governo insieme agli ex-avversari di campagna elettorale. Conseguenze irrecuperabili se cade questo governo. Ergo, si continua a oltranza, qualsiasi cosa succeda. Anche a costo di tenerci un ministro degli Interni platealmente inetto, capace di affermare che l’estradizione di due rifugiati, rispediti con una celerità a dire il vero poco italica nelle grinfie di uno degli amici del Presidente Berlusconi (al pari di Putin e del compianto Gheddafi) è avvenuta a sua insaputa; e che, non pago, continua il suo discorso con un surreale “chi sbaglia deve pagare”, con la stessa iattanza che uno studente col 4 e mezzo di media potrebbe avere qualora affermasse “chi è insufficiente deve essere bocciato”.
Più che il dolor, poté il petrolio, come diresti tu, o padre Dante.

Il PD è nato (anche) per questo. Vera incarnazione di Fantozzi, assiste in eterno alla scena in cui i tre energumeni trattano in malo modo il protagonista inerte, sfasciandogli la Bianchina d’ordinanza e arrivando fino a lanciarlo a mo’ di ariete attraverso il lunotto, mentre l’impavido ragioniere cerca inascoltato il dialogo, o la pacificazione a seconda della terminologia in voga, fino all’ultimo. Per esperienza personale, posso dire che serve a poco ricordare agli iscritti del PD che i loro elettori non sfoggiano una simile predilezione per le opere di Leopold von Masoch. Così noi, elettori delusi, giuochiamo la parte della signorina Silvani: incitiamo i nostri eletti a reagire, per poi vedere quegli stessi rappresentanti addossare la colpa proprio su di noi. Quante volte i PDini hanno accusato noi elettori di “non capire”?

Se tutto questo avesse un senso, si potrebbe anche mettere una pietra sopra il tradimento post-elettorale (“mai più con Berlusconi”: ce ne siamo dimenticati?) e ingoiare rospi in nome del bene comune. Ma che cosa sta succedendo in questi frangenti, mentre due dei tre bestioni ci stanno sfracellando una costola e i terzo si sta dedicando a fracassarci i finestrini? Ecco un paio di flash…
S&P ci ha giustamente declassati qualche settimana fa. Giustamente, perché i dati sono sotto gli occhi di tutti, non hanno colore politico: un Paese con il PIL che scivola sempre più giù mentre il resto del mondo cresce, in cui il rapporto debito/PIL è in costante aumento, e il cui governo è stabile come una zattera in una tempesta (con buona pace di Napolitano), non può sperare di mantenere inalterato il proprio rating. Il governo che fa? Si lamenta e contesta l’attendibilità dei dati, anziché mettere mano a politiche che stimolino la crescita. Ho preso un brutto voto perché il prof ce l’ha con me: irrilevante il fatto che abbia passato tutta la settimana scorsa a gironzolare per la città anziché chino sui libri. E di studiare di più in futuro, manco a parlarne.
I marchi di mezzo “made in Italy” passano in mani straniere come le foglie che cadono in autunno. Naturale, in un Paese con un nepotismo imperante, una corruzione mai seriamente aggredita, e senza una politica industriale degna di questo nome (andate a vedere cos’è successo negli anni Settanta quando la Fiat voleva comprarsi la Citroën). La carrellata parte da aziende sane e solventi come l’Ansaldo Energia, passa per gioielli come Bulgari, Ferré, Pomellato, per arrivare a leggende come la Ducati e, si vocifera, l’Alfa Romeo (a meno di non credere alle promesse di Marchionne). E spesso, una proprietà straniera porta la delocalizzazione produttiva, la chiusura di stabilimenti, con le immaginabili ricadute sull’occupazione. Mentre ci vorrebbero misure sostenibili per potenziare il settore industriale, il governo italiano ha ben altro a cui pensare, per esempio come giustificare le non-dimissioni di un lord Brummel del calibro di Calderoli dalla vicepresidenza del Senato.

Si potrebbe obiettare che questo governo è nato come una soluzione tampone, di breve respiro, che deve dare all’Italia una legge elettorale decente e poi ridare la parola agli elettori, nella speranza fondata che nuove consultazioni generino una maggioranza salda, stabile, e con un programma credibile: questo dovrebbe giustificare i tanti rospi ingoiati. Domanda: quanto se ne è parlato? Quando verrà calendarizzato un dibattito sulla legge elettorale? E soprattutto: quale è la proposta del PD? Siete pronti a venire a capo di una proposta di riforma elettorale unitaria, seria e fattibile in poco tempo, per mettere il PDL con le spalle al muro? Siete pronti a mettere in giuoco le vostre poltrone nella prossima competizione elettorale?

Suvvia, non abbiate paura. Noi elettori delusi non mordiamo. È vero che non capiamo una mazza della vostra inerzia, e che vi tireremmo le orecchie per il vostro agire ondivago e pigolante; ma è anche vero che capiremmo benissimo una presa di posizione finalmente chiara e decisa (per esempio una bella sfiducia ad Alfano: quella l’avremmo capita al volo). E poi, volete mettere la soddisfazione di far chiudere finalmente il becco a quei corvacci che, come il sottoscritto, non fanno altro che criticarvi?

* Jacopo abita a New York ormai dal 2006, e lavora come analista finanziario in una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. Ha conseguito una laurea in Discipline Economiche e Sociali presso l’università Bocconi nel 2001, e ha lasciato l’Italia quattro anni dopo per prendere un master in Ingegneria Finanziaria presso l’Università di California a Berkeley. Intenzionato all’inizio a tornare, ha poi deciso di restare negli USA dopo aver constatato le migliori opportunità di lavoro disponibili in questo Paese. Frequenta il Circolo PD di New York, anche se dice che non riprendera’ la tessera. Speriamo di convincerlo a cambiare idea.

1 thought on “Un Paese in dismissione

  1. Mi ha molto colpito questo contributo. Mettere in fila tutti questi punti ti da’ un senso piu’ completo dello stato delle cose. Davvero grazie, Jacopo. Davvero arricchente.

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