Incostituzionalità e riforma della legge elettorale

vota_antonio_la_trippa54x34Un articolo da Edoardo Rossi*, Dottore di Ricerca in Diritto Pubblico.

Sin dalla sua approvazione, la legge elettorale italiana (legge numero 270 del 2005, altrimenti nota con il triste quanto esplicito appellativo di porcellum) ha sollevato molti dubbi in merito alla sua piena legittimità costituzionale.

La stessa Corte costituzionale, tra l’altro, nella sentenza numero 16 del 2008 (giudizio di ammissibilità sulla richiesta di referendum popolare abrogativo) aveva voluto inviare al Parlamento un monito con riferimento alla mancata subordinazione dell’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una consistente soglia minima di voti e/o di seggi.

Malgrado queste sollecitazioni e le tante altre provenienti dalla società civile, i partiti politici non hanno voluto cambiare la legge elettorale attribuendo, per l’ennesima volta, l’uno all’altro, la responsabilità di un immobilismo suicida che ha caratterizzato larga parte della vita politica italiana degli ultimi venti anni.

Ora la situazione potrebbe cambiare.

Con ordinanza numero 12060/2013, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha sollevato questione di legittimità costituzionale nei confronti della legge 270 con riferimento al conferimento del premio di maggioranza e all’esclusione del voto di preferenza. In virtù di questa ordinanza, quindi, la Corte Costituzionale si troverà nella condizione di poter dar seguito a quel monito contenuto nella sentenza 16/2008 già citata.

L’intento di queste poche righe non è quello di affrontare i tanti tecnicismi connessi alle varie ipotesi di incostituzionalità della legge elettorale. Mi limiterò ad affrontare il tema del premio di maggioranza perché unisce in sé gli aspetti più rilevanti ed interessanti sia dal punto di vista giuridico-costituzionale, sia dal punto di vista politico.

Com’è noto, il premio di maggioranza è un correttivo al sistema proporzionale, che ha l’obiettivo di favorire la formazione di maggioranze solide in Parlamento, al fine di garantire una maggiore governabilità al paese.

Non v’è dubbio che il tema della governabilità ha una sua specifica rilevanza soprattutto in paese come l’Italia che è da sempre sofferente da questo punto di vista.

Il premio di maggioranza, ciò nondimeno, costituisce una risposta sbagliata.

In primo luogo, l’assenza di una elevata percentuale minima di consenso, al raggiungimento della quale far scattare il premio di maggioranza, può determinare una sproporzione eccessiva sul peso che hanno i voti nella composizione delle Camere. Questo non significa, ovviamente, che nell’attribuzione dei seggi una legge deve necessariamente assicurare lo stesso peso a tutti i voti a pena di incostituzionalità. D’altro canto nessun sistema elettorale è in grado di garantirlo. Inoltre, i sistemi che si caratterizzano per la più fedele conversione proporzionale dei voti espressi dai cittadini, spesso, sono anche quelli che con maggiore difficoltà favoriscono la formazione di maggioranze stabili in Parlamento. Tuttavia, garantire la maggioranza assoluta dei seggi ad una ridotta minoranza di voti costituisce violazione del principio di eguaglianza (art.3 Cost) e di quello di democraticità dello Stato (art.1 Cost), come sostenuto da autorevole dottrina e dalla stessa Corte di Cassazione nell’ordinanza sopra richiamata.

Anche in un’ottica politica, poi, il premio di maggioranza appare una scelta inadeguata. In un sistema multipartitico come il nostro, infatti, ha favorito non già il rafforzamento in sede parlamentare dei principali partiti, ma la creazione di mega coalizioni eterogenee, che dopo aver vinto le elezioni sono andate incontro ad inevitabili spaccature (è successo, sebbene con motivazioni ed esiti diversi, tanto al centro-sinistra nel 2008 quanto al centro-destra nel 2010).

Non è un caso infatti che, ad eccezione della Grecia, nessuno Stato a democrazia consolidata preveda il premio di maggioranza. Il sistema greco, sul quale non intendo soffermarmi, è tuttavia significativamente diverso da quello italiano, poiché il premio viene garantito solamente al primo partito e, perché possa garantirgli il raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi, è necessario che lo stesso abbia ottenuto quanto meno una percentuale di voti pari al 40,5%.

Ora i partiti si trovano nella condizione di dover modificare la legge elettorale al fine di evitare la sanzione di incostituzionalità da parte della Consulta. Come affermato da vari esponenti politici della maggioranza che sostiene il governo Letta, l’ipotesi sarebbe quella di “mettere in sicurezza” la legge elettorale per poi, eventualmente, rivederla nell’ambito delle riforme istituzionali. Questo potrebbe significare che verranno apportate solo poche modifiche alla legge esistente (quale, per esempio, l’introduzione di una consistente soglia minima per far scattare il premio di maggioranza e, forse, l’introduzione delle preferenze) oppure un cambio più radicale della legge (con il ritorno, da più parti auspicato, al Mattarellum, cioè la legge elettorale in vigore dal 1993 al 2005).

Personalmente, credo che sarebbe meglio adottare subito una legge elettorale che possa rappresentare una soluzione a lungo termine. Tuttavia, se si sceglie di optare per una “soluzione tampone”, la migliore sarebbe rappresentata dal ritorno al Mattarellum con qualche modifica per scoraggiare la moltiplicazione dei partiti e per favorire una scelta di candidati più radicati nel territorio.

Si può affermare, infatti, che questa legge elettorale ha svolto dignitosamente il suo lavoro. Da un lato ha garantito legislature di cinque anni (ad eccezione di quella nata nel 1994 che terminò anticipatamente a causa della rottura dell’alleanza tra Berlusconi e la Lega Nord), dall’altro, ha consentito agli elettori di poter scegliere direttamente il proprio parlamentare tra una pluralità di candidati.

L’ordinanza con cui la Corte di Cassazione ha fatto ricorso al giudizio di costituzionalità rappresenta, finalmente, l’opportunità per cambiare la pessima legge elettorale attualmente in vigore in Italia. Affinché i partiti la sappiano sfruttare, è importante che si alzi con forza la voce dei cittadini attivi e consapevoli.

*Edoardo ha a lungo lavorato presso la cattedra di Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Perugia. Siamo fortunati di averlo ora nel Circolo PD di New York.

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